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[ 3a figura inesistente ]

Dur. 13' 53"
...Grumi di terra dei solchi o dei viottoli non vi sono appiccicati, denunciandone almeno l’impiego. Un paio di scarpe da contadino e null’altro. Ma tuttavia… Questo mezzo appartiene alla terra e il mondo della contadina lo custodisce…[1]
Dopo aver avuto la premura di farci notare l’assenza di ogni traccia circa il concreto utilizzo delle scarpe dipinte da van Gogh, quasi all’istante Heidegger giura trattarsi di scarpe da contadino. Dobbiamo semplicemente credergli? C’è un salto mortale tra le due enunciazioni – e lui lo sa; ma l’esitazione che precede lo slancio è stata spostata in avanti, racchiusa in quel “tuttavia” che - come un fiato trattenuto prima del tuffo - apre la sua pagina filosofica alla divagazione bucolica. Basterebbe rimettere al suo vero posto questo “tuttavia” per vedere regredire nell’abuso l’argomentazione e il suo procedere.
Dunque:
...Grumi di terra dei solchi o dei viottoli non sono appiccicati (su queste scarpe), denunciandone almeno l’impiego. MA TUTTAVIA… (queste scarpe sono) un paio di scarpe da contadino e null’altro…[2]
Devo proprio credere che un pregiudizio abbia prevalso sull’osservazione diretta del quadro da parte dello scrupoloso filosofo? o qualcosa di indefinito è accaduto negli intervalli morti del dicibile?

Dovremmo dunque tornare sui nostri passi per trovare quale sarebbe, in punta di verità, il dipinto più rispondente alla descrizione che Heidegger ne ha fatto nella sua Origine dell'opera d'arte.
Tra le 121 opere di van Gogh esposte nella mostra del 1930 nello Stedelijk Museum di Amsterdam, Heidegger aveva potuto vedere solo tre dipinti in cui erano rappresentate delle calzature: quello con una Natura morta con  terraglia, bottiglia e zoccoli,  quello con un Paio di vecchie scarpe con lacci, ed infine quello con Tre paia di scarpe.[3]

Poiché nella sua descrizione il filosofo parla sempre di un singolo paio di scarpe, intanto possiamo mettere di riserva il quadro con le tre paia.
Negli altri due quadri, in uno si vedono effettivamente un paio di tipiche calzature da contadino, ma trattandosi di zoccoli in legno non concordano con il cuoio e le suole presenti nella descrizione[4]. Inoltre, contrariamente ad un suo commento circa l’impossibilità di stabilire dove si trovino in realtà le scarpe rappresentate nel dipinto cui si riferisce, per questi zoccoli possiamo stabilire che sono precisamente sul piano di un tavolo sistemati accanto ad altri oggetti messi lì appositamente da van Gogh per venire raffigurati in un quadro di van Gogh.[5]
Non rimarrebbe dunque che il dipinto individuato da Schapiro sulla scorta del ragguaglio fornitogli per lettera da Heidegger stesso; se non fosse che sul paio di queste vecchie scarpe con lacci nulla denuncerebbe il loro particolare impiego contadino. Non potendo assumere un’affermazione (sia pure di Heidegger) come una dimostrazione, non possiamo accettare neppure questo quadro tra quelli che rappresenterebbero delle scarpe da contadino.
Il quadro descritto da Heidegger quindi non esisterebbe?
Eppure il quadro gli ha proprio parlato!
Non esito a rimuovere l’irriverente capolino di alcune pagine di Oliver Sacks riguardanti le allucinazioni; ma non faccio altrettanto con le tracce rimaste appiccicate alla suola della mia immaginazione durante la breve rassegna appena fatta dei quadri con scarpe visti da Heidegger nello Stedelijk Museum.
Nessuno di questi quadri, singolarmente presi, sembra difatti corrispondere interamente  alla descrizione fornita dal filosofo. Tuttavia… può esserlo invece proprio una figura inesistente, formatasi spontaneamente per una congiunzione chiasmatica dei vari aspetti presenti isolatamente in tutti e tre i quadri esposti.[6]
Sovrapponendo l’orifizio oscuro del singolo paio di scarpe in cuoio dell’uno alla tipicità contadina degli zoccoli dell’altro, abbiamo finalmente quello che cercavamo: il quadro di un paio di scarpe (in cuoio) da contadino. Infine, anche il quadro con le tre paia di scarpe dovrebbe aiutarci a completare il vero quadro (visto da Heidegger) fornendogli l’ultimo connotato che ancora gli manca, ossia, la parola.
- “E’ il quadro che ha parlato”[7] – ci ha detto infatti Heidegger.
- Ma, come spiegare questa loquacità delle cose? - chiede Derrida.[8]
- Col semplice fatto che scarpe e quadri parlano in virtù del loro esser-merci, ossia “cose sensibilmente sovrasensibili…  cose sociali”[9] … feticci sociali - mi viene spontaneo di rispondere. Se le merci potessero parlare” -  aveva difatti immaginato Marx.[10]
Esposte su di un panno giallo, proprio come una merce in vetrina[11], le tre paia di scarpe sono dipinte da van Gogh proprio come per l’insegna di un cenciaiolo.
Il quadro reale ricordato dal filosofo, adesso sembra proprio un quadro di van Gogh che rappresenta un paio di scarpe da contadino con il dono della parola; e la descrizione fatta da Heidegger è interamente calzante a questa figura soggettiva che è stata l’origine dell'esperienza visiva e uditiva che ci descrive.

Non è forse così?

E’ la visione dell’opera che ci ha fatto conoscere che cosa sono le scarpe in verità”[12].

Una verità che neppure Heidegger vuol farci credere assoluta e distaccata dal mondo abituale; difatti precisa che:

Il quadro che mostra le scarpe non si limita a far conoscere qualcosa circa il suo singolo ente, ma fa sì che si storicizzi il non-esser-nascosto come tale, in relazione all’ente nel suo insieme.[13]

La singola opera che mostra le scarpe, sembra aver fatto il possibile affinché si storicizzi proprio il suo non-nascondersi come merce singolare in mezzo alla totalità delle merci in cui si trova gettata.
E’ probabile che van Gogh abbia fatto in tempo a cogliere nei propri "oggetti personali" il loro carattere di merce; un carattere all’epoca certamente ancora immaturo, ma che presto detterà le parole d’ordine alla sensibilità estetica del ventesimo secolo, facendosi beffe dell’arte e dei suoi vagheggiamenti originari.

Non ci si deve meravigliare per la quantità e varietà di cose straordinarie e fantastiche  che possono fare e dire le merci quando si ritrovano tra loro; perché, sia chiaro, che questo singolo ente, questa mera cosa storicizzata, sensibile e noiosamente abituale, cioè la merce, non è per nulla una cosa triviale priva di relazioni col Mondo; è invece un Ente che confonde gli uomini, sguscia continuamente via da mani e piedi come animato da una vita propria, che rovina la nostra e se la ride.

“Le scarpe ci guardano, a bocca aperta, vale a dire mute, lasciano discorrere, interdette di fronte a coloro che le fanno parlare… Sembrano quasi dotate di sensibilità, fino al riso imperturbabilmente trattenuto, per la comicità stessa della scena. Di fronte ad un atteggiamento tanto sicuro di sé, la cosa che non si lascia scomporre, si tratti o no di un paio di scarpe, si mette a ridere”.[14]
Heidegger e Derrida forse non ignorano di essere entrati, senza darlo a vedere, nella selva del Mercato, ossia sulla Terra storicizzata... dal modo di produzione capitalistico…
Ma, la filosofia della verità deve essere anche una filosofia della sincerità?
Questo io proprio lo ignoro.

[1] - Heidegger, Origine Ni68, p. 19: “Nel quadro di Van Gogh non potremmo mai stabilire dove si trovino quelle scarpe. Intorno a quel paio di scarpe da contadino non c’è nulla di cui potrebbero far parte, c’è solo uno spazio indeterminato. Grumi di terra dei solchi o dei viottoli non vi sono appiccicati, denunciandone almeno l’impiego. Un paio di scarpe da contadino e null’altro. Ma tuttavia…. Questo mezzo appartiene alla terra e il mondo della contadina lo custodisce. Da questo appartenere custodito, il mezzo si immedesima nel suo riposare in sé stesso… ”
[2] - Certo,  lo spostamento precluderebbe ad Heidegger anche lo slancio necessario per la sua successiva digressione lirica. Dopo un null’altro non ci si aspetta null’altro che un procedere sul filo argomentativo; mentre un “tuttavia”, messo qui in sospensione, è un lasciapassare per poter cambiar passo.
[3]  - Vedi figure in alto.
[4] - “Il cuoio è impregnato dell’umidore e del turgore del terreno. Sotto le suole trascorre la solitudine del sentiero campestre nella sera che cala”. -  Heidegger, Origine Ni68, cit., p.19.
[5]  - E come tali, cioè: messi in posa come “motivo pittorico” questi zoccoli da contadino non apparterrebbero neppure più al Mondo contadino e alla Terra, piuttosto al tipico mondo delle aule delle Accademie d’Arte.
[6] - In Heidegger stesso si affaccia questo sospetto. Origine Ni68, p. 19: “Ma forse tutto ciò non lo vediamo che noi nel quadro… Sarebbe un errore esiziale quello di credere che la nostra descrizione, con procedimento soggettivo, abbia immaginato tutto ciò, attribuendolo poi a un oggetto.”
[7] - Heidegger, Origine Ni68, p.21: Dieses hat gesprochen.
[8] - Derrida, Restituzioni, cit. pag. 305: Come spiegare che tutto questo discorso sulle scarpe, su questo esempio di mezzo, venga messo in conto al quadro in sé stesso? Non più soltanto come discorso sul quadro, ma come discorso del quadro, tenuto dal quadro e cioè dal paio di scarpe?”… Indubbiamente per tutti e due (Heidegger e Schapiro – Nda), la cosa parla… Queste scarpe (una volta dipinte) parlano, questa cosa prodotta e separata dal suo soggetto, si mette a parlar(ne); è proprio quello che dice Heidegger un po’ dopo.
[9] - Marx, Capitale, cit. p. 86.
[10] - Marx, Il Capitale, libro Primo, Prima sezione, Editori riuniti, Roma 1970, pag. 97
[11] - Sia pure per miserabili; e perciò stesso tanto più merce in quanto rivenduta, dopo un primo consumo, ai produttori (salariati, venditori della merce forza lavoro); è dunque merce alla merce: mera merce all'ultimo stadio, merce al quadrato per la miseria esponenziale…
[12] - Heidegger, Origine Ni68, p.21- leggermente modificato: “E’ l’opera che ci ha fatto conoscere che cosa sono le scarpe in verità”.
[13] - Semplificazione da Origine Ni68, p. 40-41.
[14] - Derrida, Restituzioni, cit, p. 251: “Le scarpe ci guardano, a bocca aperta, vale a dire mute, lasciano discorrere, interdette di fronte a coloro che le fanno parlare… Sembrano quasi dotate di sensibilità, fino al riso imperturbabilmente trattenuto, per la comicità stessa della scena. Di fronte ad un atteggiamento tanto sicuro di sé, la cosa che non si lascia scomporre, si tratti o no di un paio di scarpe, si mette a ridere”.






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